› Il nuovo test delle intolleranze alimentari

Dr. Luigi Di Vaia

Essere intolleranti al caffè, alla pasta, addirittura ai lieviti?? E cosa posso mai mangiare quando le mie intolleranze alimentari sono alle stelle?

Di frequente molti e troppi clienti si approcciano al test delle intolleranze con un certo timore ma spinti da una inconscia curiosità. Erroneamente si pensa che si è intolleranti per tutta la vita a certi gruppi alimentari, non è affatto così! E lo dimostrano i 20.000 casi di studio che ha collezionato in pochi anni la Daphne Lab: l’intolleranza non è una patologia inguaribile. Dalle intolleranze si può tranquillamente guarire.

Una gran parte della popolazione è intollerante ai lieviti, intanto perché sono nutrienti essenziali delle candide intestinali, che popolano sia l’intestino della donna quanto quello del maschio. Intanto perché i lieviti sono usati e abusati dalle nostre generazioni post-industriali in un epoca di ipernutrimento e stile di vita non più in sintonia con la natura. L’intolleranza ai lieviti nasce, non per un difetto genetico, ma per un continuo abuso di pizze, merendine, pane, e agenti lievitanti che inesorabilmente arricchiscono la nostra tavola più di tre volte al giorno.

A differenza dell’alimentazione di un tempo, come era una alimentazione contadina e mediterranea, oggi, invece, gli abusi alimentari, lo stress psicosociale, e la vita sedentaria, stanno creando una ascesa a queste gravi tendenze funzionali i cui sintomi più lampanti sono le intolleranze alimentari: gonfiori, gambe pesanti, sonnolenza, perdita di concentrazione, sovrappeso. Molti di questi sintomi, sempre più di continuo, sono curati con farmaci sintomatici, che mascherano solo gli effetti ma non vanno a risolvere la causa profonda.

Alcuni sono intolleranti al caffè, o magari allo zucchero raffinato di cui, senza accorgersene, si usa e si abusa in modo sconsiderato senza pregiudizio alcuno per il nostro cuore. Stiamo maltrattando il corpo giorno dopo giorno e poi – seminando vento, ne raccogliamo tempesta negli anni avvenire. Molti clienti intolleranti al caffè non si rendo conto di abusarne, né tanto meno si rendo conto che usano una “droga” alimentare, e continuano a sorseggiare ignari quel gustoso, fumante, liquido scuro che cade nelle viscere e rende acido il tessuto intestinale. Alterando funzioni chimiche e distruggendo  l’habitat naturale per la microflora batterica, deturpando una ecologia sistemica dell’intestino conquistata da settimane o mesi di depurazione ed equilibrio mente-corpo.

Il cibo in sé ha una sua anima, rappresenta un simbolo, un archetipo, prima ancora di essere trasmutato – quasi per incanto alchemico – da quella macchina umana, in molecole chimiche, vitamine, minerali, aminoacidi e mattoni che andranno a formare il corpo a cui tanto ci aggrappiamo quando cade stanco in sintomi e malattie di cui non sappiamo spiegarne l’origine. Conoscere le intolleranze alimentari, ci aiuta a comprende non solo quello spaccato nutrizionale clinico-chimico a cui rifarci quando vogliamo dimagrire, trovare la forma fisica, la salute, e l’equilibrio mente-corpo. Ci aiuta a scoprire la costellazione di simboli che gli alimenti generano in noi e che per noi rappresentano. Per alcuni il caffè rappresenta un momento di socializzazione, una pausa di riflessione in compagnia, un momento di aggregazione. Essere intolleranti proprio al caffè, in molti casi, può rappresentare – sul piano simbolico – una inconscia voglia di staccare con il tessuto sociale, voler staccare con il lavoro, con la routine, mettere distanze tra colleghi, clienti, con il gruppo e i falsi amici. Sul piano nutrizionale, invece, rappresenta una tendenza dell’intestino ad una inversione di Ph e quindi una rimodulazione del sistema immunitario dovuto ad una disbiosi intestinale. Non a caso anche gli zuccheri raffinati che si abusano nel caffè, secondo studi americani, vengono a sostituirsi ai recettori della Vit.C, nel qual caso un abuso porterebbe il sistema cellulare ad utilizzare meno Vit C e compromettere il buon funzionamento del sistema immunitario.

Una intolleranza alimentare può essere vista su vari piani, ed è questo il compito fondamentale di un nutricologo, che analizza in modo olistico il cliente e lo considera come un tutt’uno sinergico non frammentario, ma simbolico-linguistico-psico-fisico-chimico-molecolare. In una sola e sintetica parola, il nutricologo considera l’uomo come essere vivente, non come macchina anatomica da studiare a fettine nei vetrini di laboratorio.

Il test di terza generazione dei laboratori Daphne Lab, ad esempio, offrono una panoramica rappresentativa su diversi livelli di alimenti: ad esempio il caffè è diviso in molte tipologie, vi è quello di casa e quello da bar, per fare solo un esempio, e qui la rappresentazione simbolica può farsi decisamente più interessante.

Essere poi intolleranti ai farinacei, soprattutto quelli raffinati, è una tendenza moderna, che costringe il nutricologo a modificare la propria concezione di piramide alimentare. Non a caso le intolleranze alimentari cozzano profondamente con una dieta standard, uguale per tutti. Le analisi delle intolleranze, anzi, sono l’esatto contrario. Si pongono su un piano di protocollo della salute per cui la dieta va, per così dire, “cucita sul cliente”, per far si che la dieta e la rispettiva piramide alimentare sia adattata ad ogni singolo soggetto. Perché è vero che non siamo solo e soltanto simbolo e psiche ma è pur vero che non siamo neanche solo chimica e materia.

Una via di mezzo è la giusta sinergia olistica che vede l’essere umano, come dicevano gli antichi: tra cielo e terra. Tra la psiche e il soma, tra il simbolo e la chimica molecolare.

 


Intolleranze Alimentari
















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